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*loading* / upside down






















































mercoledì, gennaio 10, 2007

/ la massa densa e felice delle immagini /

più alto il livello di compressione minore la qualità, ma di conseguenza maggiore la quantità di materiale stoccato /


la fotografia dell’oggetto lo conduce inevitabilmente a far parte del limbo straripante dell’iconografia contemporanea, privandolo del suo valore di unico per trasformarlo in multiplo, o piuttosto in elemento scarsamente risonante, debole, cooptato all’interno di un contesto brulicante, caratterizzato quasi esclusivamente da quantità e densità /
mi stupisco sempre, quando esamino l’ormai cospicuo database di fotografie digitali da cui pesco per la realizzazione dei lavori recenti, nel constatare che ciò che più mi attrae è il magma stesso di quelle decine di migliaia di immagini, prive di una specifica consequenzialità [1] /
accatastate / stocastiche / figlie-icone ugualmente preziose, ma allo stesso tempo ugualmente sacrificabili, pena un dolore epidermico ed un’attonita stravolta indifferenza; immediatamente rimpiazzate e dimenticate /

la forza delle immagini risiede dunque ormai esclusivamente nella loro quantità? /
si impongono e mi circondano, mi annegano in un nulla totalitario da cui esco stordita e felice, senza memoria, vittima di suggestioni effimere, ed arricchita di slanci creativi che si consumano su se stessi, gesti puri e vacui, performances che solo apparentemente si fissano sulla carta, ma che in verità non lasciano traccia, non scavano /

esiste nel presente la possibilità reale che le immagini sopravvivano alla spettacolarizzazione della quantità, quali entità distinte? permane ancora un senso nel singolo scatto? nella singola rappresentazione? ha senso la foto d’autore, quando non specificamente relazionata ad un contesto tematico o documentale? /
mi pare che nell’attualità, neppure le immagini più pregnanti riescano a sfuggire al meccanismo della spettacolarizzazione [e della conseguente consunzione]: vi sono troppi antagonismi equipollenti ed è impossibile ucciderle o sacrificarle, così come elevarle al di sopra del magma. prendono parte a un processo che prescinde il ruolo dello spettatore /
aspettiamo –impotenti- che si autoelidano, poiché non vi è reale gerarchia, ma un costante refresh che soggiace al famoso principio -mai venuto meno- che afferma che il tempo è denaro; e il tempo chiede varietà, incessante variazione dello scenario, acquisto ininterrotto. /
è dunque un accumulo solo apparentemente tale, poiché ha luogo un progressivo quanto inesorabile smaltimento, che elide le immagini già viste e implicitamente superate. archiviazione incessante /

non è certo una condizione che attiene unicamente al prodotto fotografico, quanto piuttosto all’immagine in termini assoluti; concerne l’arte [o ciò che ne ha preso il posto], l’estetica delle cose e il loro essersi trasformate in immagini-figurine, incollate nella nostra vita sempre più bidimensionale, per una fobia epocale nei confronti dell’approfondimento ed al contrario una filia trasversalista /
un processo storico che nella sua evoluzione ricorda il fungo dell’atomica: dopo un esordio verticale si espande come disco piano e dilagante… /

un horror vacui di superficie impone l’essere costantemente circondati da uno scenario ridondante e colmo, visivamente ed acusticamente predeterminato. all’interno dello spazio pubblico viviamo immersi in un film sceneggiato e musicato al di là della nostra volontà individuale, di modo che immagini e colonna sonora possano condizionare e specificare più o meno significativamente i nostri gusti e i nostri pensieri. /

è l’apoteosi dell’assenza di stile / la morte del gusto individuale /

non si tratta di una cultura di massa ma di una massa senza cultura, nel suo complesso inconsapevole e piacevolmente felice, nella convinzione che tale rifinitura esteriore sia frutto quasi dovuto e agognato del progresso, e forse perfino convinta che l’acquisto [ogni singolo acquisto] costituisca una scelta. /
scolora pian piano il suono profondo del silenzio ed allo stesso modo diventano sempre più rare le pareti sguarnite e bianche così come le superfici sprovviste di texture, di un rivestimento che personalizzi l’involucro e lo faccia parlare un linguaggio non suo, un linguaggio apparente quanto insignificante, non avendo altro fine che quello di coprire il vuoto sottostante. /
nella loro effimera vacuità, le immagini contemporanee ronzano indistintamente, e non guidano più verso il senso delle cose, ma altresì fungono da barriera e occultano la prospettiva, evitando così il confronto individuale con la sostanza e il significato, in un costante allontanamento del dubbio. /
sono textures anch’esse, “fotografie-carta da parati” il cui contenuto è di fatto irrilevante e prescindibile, arbitrario riempimento, illusoriamente personalizzato da firme e diritti d’autore via via più tremolanti e ridicoli. / queste immagini senza profondità tappezzano la nostra quotidianità di persone senza pace, piacevolmente tormentati [noi] da suoni e colori estranei. immersi nella coercizione estetica. /

cosa rimane oltre l’ipotesi di rifugiarsi nel privato e costruirsi un universo individuale in cui recuperare spazi puliti e silenzi più naturali? l’accesso a luoghi non contaminati costituisce il lusso di chi ha tempo e possibilità per concedersi tali privilegi, sempre meno a portata di mano, ed il divario tra il costo delle attrezzature tecnologiche atte a ri-produrre suoni e immagini e i beni di primo consumo si assottiglia significativamente: con gli stessi soldi necessari a una modesta spesa alimentare al supermercato, è possibile acquistare un lettore mp3 od una fotocamera digitale, piuttosto che un telefonino multifunzione, e tamponare in tal modo il pensiero mediante un’interferenza visiva o sonora. si contribuisce così a generare e mettere in circolazione altri suoni ed immagini, sotto la spinta di un malsano senso di appartenenza, e stimolati da incentivi e slogan. /

gli stessi mass media non propongono che palinsesti “usa e getta”, ed ormai qualsiasi messaggio estetico dura meno di una stagione, meno di un battere di ciglio, proprio come per un abito o un profumo. ed anche quando i contenuti sono culturalmente più elevati il mercato - bulimico - chiede di andare oltre, di consumare oltre, e non intende generare differenze significative nel meccanismo di smaltimento e di oblìo /


[1] se si esclude quella temporale, marcata dalla macchina al momento della memorizzazione dei file, che però non ha attinenza con il contenuto delle singole foto

 

postato da tracciamenti | 19:45 | diario, cantieri |